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Cantina Antinori, Marco Casamonti, studio Archea Associati

facciata bassa

La facciata abbraccia il pendio naturale scandito dai filari delle viti

La nuova cantina Antinori vive in completa simbiosi il paesaggio collinare del Chianti

Tra Firenze e Siena un’architettura completamente sotterranea ospita la sede di una delle più rinomate cantine italiane: la Cantina Antinori.

La famiglia Antinori, che da generazioni porta avanti la tradizione dei grandi vini, ha fortemente voluto realizzare una struttura davvero unica, che punta alla valorizzazione del paesaggio e del territorio circostante come espressione della valenza culturale e sociale dei luoghi di produzione del vino. «Il percorso progettuale – spiega il progettista, Marco Casamonti dello studio Archea – è incentrato sulla sperimentazione geo-morfologica di un manufatto industriale concepito come l’espressione più autentica di una voluta simbiosi tra cultura antropica, l’opera dell’uomo, il suo ambiente di lavoro e l’ambiente naturale. La costruzione fisica e concettuale della cantina è incentrata sul legame profondo e radicato con la terra, una relazione tanto esasperata e sofferta da condurre l’immagine architettonica a nascondersi e con-fondersi in essa».

I lavori sono iniziati con lo scavo di una collina di oltre 15 metri, per poi passare alla costruzione su 49.000 metri quadrati del nuovo quartiere generale e della nuova cantina. Il contenitore doveva esprimere l’essenza del contenuto, ossia un prodotto connesso con l’ambiente naturale e il paesaggio circostante e così è stato: «L’immagine della cantina – spiega Casamonti – allude a questo legame imprescindibile e radicale con il territorio, fino a nascondersi e confondersi in esso. La costruzione concettuale si traduce nella proposta di un involucro completamente interrato, che celando tutti quegli elementi che solitamente appartengono alla sfera delle costruzioni urbane, tenta una difficile ma necessaria riconciliazione tra natura e artificio».

Conseguentemente, il progetto integra il costruito al paesaggio agreste dove il complesso industriale è dissimulato attraverso la realizzazione di una copertura che definisce l’invenzione di un nuovo piano di campagna coltivato a vigneto e disegnato, lungo le curve di livello, da due tagli orizzontali che permettono l’ingresso della luce e l’inquadratura del paesaggio attraverso la definizione di un diorama che lo rappresenta e lo descrive. La facciata, per usare una categoria propria degli edifici, è quindi distesa orizzontalmente sul pendio naturale scandito dai filari delle viti che ne costituiscono, con la terra, il sistema di “rivestimento”. Le aperture-fenditure svelano, senza evidenziarlo, l’interno ipogeo: lungo quella più bassa sono distribuiti gli spazi uffici e le aree espositive, strutturati come un belvedere posto al di sopra della barriccaia e delle zone di vinificazione, mentre su quella superiore si aprono le zone di imbottigliamento e immagazzinamento. Il cuore protetto della cantina, dove il vino matura nelle barriques, coglie, nell’oscurità diffusa e nella sequenza ritmata delle volte in terracotta, la dimensione sacrale di uno spazio che risulta nascosto, non per atteggiamento mimetico, ma come consona opportunità per le ottimali condizioni termo-igrometriche del processo di lenta realizzazione del prodotto.

La lettura della sezione architettonica dell’edificio evidenzia come l’articolazione altimetrica segua il percorso produttivo discendente (per gravità) delle uve – dall’arrivo, ai tini di fermentazione fino alla barriccaia interrata – inverso a quello conoscitivo del visitatore, di risalita dai parcheggi verso la cantina e i vigneti, attraverso zone produttive ed espositive che vanno dal frantoio, alla vinsanteria, al ristorante, fino al piano che ospita l’auditorium, il museo, la biblioteca, le sale di degustazione e la possibilità di vendita diretta. Gli uffici e le parti amministrative e direzionali, ubicate al piano superiore, sono scandite da una successione di corti interne che prendono luce attraverso fori circolari disposti variamente sul vigneto-copertura. Tale sistema è utilizzato per portare luce anche alla foresteria, la casa del custode. «I materiali e le tecnologie – sottolinea l’architetto – evocano con semplicità la tradizione locale esprimendo con continuità il tema della naturalità ricercata tanto nell’uso della terracotta, quanto nell’opportunità di utilizzare l’energia naturalmente prodotta dalla terra per raffrescare e coibentare la cantina realizzando le condizioni climatiche necessarie per la produzione del vino».

Un altro materiale ampiamente impiegato è il corten che ha permesso di uniformare cromaticamente e matericamente gli ambienti alla natura circostante. In acciaio corten sono rivestite le grandi aperture circolari predisposte sulla copertura per portare luce e aria, come pure lo scalone principale elicoidale all’ingresso. Il materiale ricopre anche le porte interne, per costruire su misura gli arredi interni, intonati con l’ambiente che allestiscono le numerose parti aperte al pubblico, e per i serramenti esterni a taglio termico. Questi ultimi hanno un vetro camera fino a 60 millimetri di spessore e le loro caratteristiche di tenuta sono garantite da un sistema a doppia guarnizione di battuta su tre lati e da una guarnizione a ghigliottina automatica sottozoccolo. Per garantire il massimo apporto luminoso esterno naturale, le vetrate esterne e quelle dei fori circolari che danno luce agli uffici direzionali e amministrativi sono realizzate invece con lastre di Optiwhite di Pilkington, un prodotto che permette la massima resa della luce, senza alterarne i colori o la trasmissione luminosa, consentendo perciò la massima naturalezza dell’illuminazione degli ambienti. Questo prodotto è stato impiegato nella versione stratificata di sicurezza per la realizzazione di parapetti e partizioni interne nelle parti in cui è stato opportuno o obbligatorio utilizzare vetri di sicurezza.

Foto di Pietro Savorelli

Cantina Antinori  
Luogo: Bargino, San Casciano Val di Pesa (Firenze)
Committente: Marchesi Antinori
Progetto architettonico: Arch. Marco Casamonti dello studio Archea Associati
Impianti: Stefano Mignani, Paolo Bonacorsi – M&E
Engineering: Paolo Giustiniani – Hydea
Impresa costruttrice: Inso
Strutture: Massimo Toni – AEI progetti
Superficie costruita: 49.000 metri quadrati
Volume costruito: 287.260 metri cubi
serramenti
Pareti vetrate: Methis
Porte esterne: profili in corten, sistema Ebe 85 di Secco Sistemi
Porte interne: profili in corten, sistema Lama Corten di Secco Sistemi

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