Cosa ci ha insegnato la crisi?

fabbricaDiminuiscono i fallimenti, si riducono i ritardi nei pagamenti. Merito anche di una selezione naturale che ha espulso dal mercato le imprese finanziariamente più fragili

Sette il numero delle meraviglie, dell’esoterismo, dei nani, dei colli di Roma, dei sacramenti del cristianesimo cattolico e degli dei della felicità del buddhismo. Sette sono anche gli anni ciclici delle crisi, secondo i manuali di economia, cui non si sottrae quella che stiamo vivendo. E, da oltreoceano, arriva anche la diagnosi: da un recente studio condotto dal Fondo Monetario Internazionale, “Global Financial Stability Report”, l’Italia risulta, insieme a Francia, Portogallo e Spagna, uno dei Paesi con il maggiore indebitamento consolidato delle aziende, intorno al 70% del PIL, valore destinato a non scendere almeno fino al 2020. A fronte di un quadro finanziario non limpidissimo, incominciano a evidenziarsi anche nel nostro Paese segnali di ripresa incoraggianti. Gli analisti FMI sostengono, infatti, che il 2015 sarà l’anno della svolta, con una lieve crescita del PIL (+0,6% nel 2015), che dovrebbe prendere vigore nel 2016 (+1,1%), contestualmente alla ripresa della domanda interna e all’aumento delle esportazioni (circa 4 punti percentuali). Tirando quindi un sospiro di sollievo, anche se è presto per gioire, proviamo a capire cosa è successo in questo settennato doloroso (2008/2014) e qual è lo scenario di mercato dal quale si potrà ripartire, con più consapevolezza e cercando di compiere meno errori.

Una su cinque ha chiuso i battenti
L’impatto della crisi ha investito, dal 2007 a oggi, circa 150.000 società di capitali, che prima rientravano a pieno nei criteri europei di PMI, sia per numero di addetti (da 10 a 250), sia per valore di fatturato (da 2 a 50 milioni di euro annui). Ma i dati parlano chiaro: circa il 20% delle PMI ha avviato una procedura concorsuale, fallimento o concordato. In altri casi, si è proceduto liquidando l’impresa.
Le vittime della crisi sono state quindi numerose, con un numero di fallimenti che alla fine di settembre 2014 ha raggiunto il suo valore massimo: 11.000 procedure, l’11,9% in più rispetto ai primi nove mesi del 2013. Eppure qualcosa si muove: per esempio, sono diminuite le liquidazioni volontarie, un segnale incoraggiante, sinonimo di una maggior fiducia tra gli imprenditori; sono state “solamente” 45.000 le aziende che hanno deciso di chiudere l’attività, circa il 10% in meno rispetto al 2013. Anche le procedure concorsuali di tipo non fallimentare, l’anno scorso sono diminuite di 13 punti percentuali. Medesima sorte per le domande di concordato preventivo.
In uno scenario temporale più lungo, quante delle imprese operative nel 2007 oggi non lo sono più? Tante, quasi una su cinque: circa un quarto delle imprese centro-meridionali sono uscite dal mercato (indistintamente per fallimento, liquidazione o altro), si va dal 25,6% delle imprese campane al 21% di quelle sarde. Va meglio al Nord, soprattutto tra le virtuose trentine e valdostane, con una media di “chiusura” del 12%.

Fallimenti tardivi
fallimentiIpotizzando che la crisi stia finalmente rientrando, come si spiega l’aumento del numero di fallimenti? La procedura fallimentare è composta da un iter abbastanza lungo che non si risolve in 12 mesi, ma spesso viene interrotto, rinegoziato, ripensato, risanato. Probabilmente, ci sono sofferenze che durano anche tre o quattro anni: tutte queste imprese hanno iniziato la loro discesa anni fa e tutte, come stabilito nei termini medi, sono andate morendo alla fine di questo ciclo. Ecco spiegato l’aumento concentrato nel 2014. A differenza dei fallimenti, le altre procedure di chiusura dell’attività imprenditoriale hanno segnato una diminuzione graduale, negli anni. Così, sono diminuiti del 40% i concordati in bianco, ovvero il ricorso, presentato al Tribunale, dove si chiede di poter presentare una proposta e un piano ai creditori entro un termine, trascorso il quale il debitore potrà valutare e negoziare il piano, avendo anche facoltà di convertirlo in un accordo di ristrutturazione dei debiti. L’anno scorso si sono ridotti del 15,7% anche i concordati preventivi, che prevedono un accordo tra l’imprenditore e i suoi creditori, finalizzato a superare una crisi momentanea, onde evitare la dichiarazione di fallimento e le eventuali azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori.

Più i servizi che l’industria
industriaMa chi fallisce e, soprattutto, in quale settore? Sono prevalentemente le società di capitale ad abbandonare il mercato, mentre quelle di persone registrano una crescita meno sostenuta di procedure fallimentari. Il comparto più sofferente è quello dei servizi alle imprese, una delle prime voci a essere tagliata, in azienda, come spesa viva. Anche nell’edilizia i valori dei fallimenti sono aumentati, con un +11,8%, in accordo con il dato generale: anche in questo caso, il settore è fortemente dipendente dalla capacità reddituale degli utenti finali. L’industria, invece, pare quella meno colpita, con un numero di fallimenti decrescente nel corso del 2014. Geograficamente, si assiste a un’omogeneità di procedure fallimentari con percentuali a due cifre (sempre nella decina) che soltanto nel diligente Nord Est invece si aggirano sui 4 punti percentuali.

Come si spiega la diminuzione dei ritardi nei pagamenti del 2014? Una delle ipotesi riguarda l’uscita dal mercato dei cattivi pagatori

Si paga sempre in ritardo
Se non c’è liquidità, non si paga. Questo meccanismo innesca una catena molto pericolosa che rischia di far collassare l’intero sistema delle corresponsioni. I valori, in questi anni, hanno raggiunto cifre preoccupanti ma, fortunatamente, stanno rientrando. Il 2014 segna infatti un miglioramento delle condizioni di pagamento, con un tempo medio di liquidazione delle fatture che si attesta sui 77,5 giorni, valore inferiore rispetto ai 79 del 2013 e agli 81 del 2012.
Il ritardo si è quindi attenuato, se si pensa che il tempo concordato in fattura si aggira sempre intorno ai 60 giorni. Si è passati dai 19 giorni di ritardo ai 17, con il 7,7% delle imprese che ha pagato con ritardi superiori ai concordati 60 giorni (in gergo, gravi ritardi), differentemente dal 2013, quando questa percentuale era dell’8,3% (e del 9,6% nel 2010). Le imprese puntuali, quelle che pagano a emissione fattura, sono state un po’ meno della metà (46%), in linea con i valori degli anni passati. Praticamente il mercato è ripartito in tre grandi gruppi: le imprese puntuali, una buona fetta (46%), che ha sentito gli effetti della crisi solo a latere (parliamo delle grandi aziende, i grandi complessi industriali, quelle società partecipate indirettamente dallo Stato, tutte realtà che non hanno sofferto in prima persona); poi ci sono quelle che pagano entro i 60 giorni concessi, ovvero una quota del 46%, che però, nel corso degli anni, è stata più o meno diligente, giostrando la propria posizione con quelle percentuali dei grandi ritardatari. In questo contesto, la diminuzione dei tempi riguarda tutti i comparti dell’economia, con l’industria che risulta più diligente tra tutti: 12,9 giorni di ritardo, nel 2014, contro i 21 del comparto costruzioni e i 19,3 dei servizi.

cattiviFuori i cattivi pagatori
Come si spiega questa diminuzione dei ritardi? Una delle ipotesi riguarda l’uscita dal mercato dei cattivi pagatori. Infatti, analizzando un campione di 100.000 PMI italiane, è risultato che circa il 30% di quelle catalogate nel 2012 come cattive pagatrici, nel 2014 ha liquidato l’attività o non ha più ricevuto fidi commerciali. Detto in altri termini, sul mercato i sopravvissuti sono quelli più diligenti e meno ritardatari.
Incoraggianti i dati delle imprese che operano nelle costruzioni, con pagamenti più rapidi rispetto alle altre; anche nel settore manifatturiero i tempi di attesa sono migliorati, con contestuale riduzione dei ritardi. In questo contesto, metallurgia, chimica e meccanica risultano i settori più virtuosi nei pagamenti, con un tangibile miglioramento rispetto al 2013. Omogeneità geografica per quanto riguarda il miglioramento del pagamento delle fatture, con il Nord Est che si conferma l’area più veloce nel liquidare i conti.

I ritardi della Pubblica Amministrazione
amministrazioneI dati parlando anche di una maggiore regolarità dei pagamenti della Pubblica Amministrazione (P.A.), da sempre la più ritardataria tra i debitori. In due anni, dal 2012 al 2014, la P.A. ha dimezzato il valore delle fatture scadute e non pagate: se appena due anni fa il 67,7% delle fatture emesse non veniva pagato nei termini, nel 2014 “solo” il 32,4% delle fatture restava insoluto. I ritardi dei pagamenti della P.A. sono nettamente superiori rispetto a quelli delle imprese private: nel 2012 la media dei ritardi, nel comparto privato, era di 23,2 giorni, a fronte dei 52,2 della P.A. Nel 2013, i giorni della P.A. arrivavano a 63,8 (tre volte superiore ai 20,4 del comparto privato): questo significa che un’azienda poteva attendere la liquidazione di quanto dovuto anche per sei mesi e oltre. Le cose, nel 2014, sembrano essere migliorate e i 37,5 giorni di ritardo potrebbero sembrare quasi accettabili (contro i 19,3 dei privati). Detto così, il dato sembra positivo. In realtà si tratta di un fenomeno molto grave se si pensa che è proprio lo Stato, il garante di ogni bene per il cittadino, a provocare e innescare la macchina del ritardo dei pagamenti. C’è da dire che questo ravvedimento operoso della P.A. non è stato spontaneo e non è riconducibile al post crisi: altro non è che il risultato di una manovra normativa del 2012, tramite il Decreto legislativo nr. 192 del 9 novembre 2012, ex direttiva 2011/7/UE in materia di lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. La nuova disciplina si applica ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013, sia tra privati che tra privati e P.A., e prevede l’innalzamento del tasso degli interessi legali di mora dal 7 all’8 per cento. Il termine per i pagamenti viene fissato in 30 giorni e soltanto in casi eccezionali è previsto un termine raddoppiato di 60 giorni (materia sanitaria, per esempio).

Al Nord più veloci che al Sud
Se è vero che nel 2014 l’andamento è nel complesso migliorato, i tempi di pagamento fattura sono diversi in base alla collocazione geografica delle imprese. Ciò significa che tutte le imprese hanno accorciato in media di due giorni i ritardi, ma la base di partenza era, sin dall’inizio, diversa. Nel Nord Est, per esempio, una fattura viene liquidata in media con 12 giorni di ritardo, quando nel 2012 erano 13,5 i giorni fuori calendario. Il gap si ritrova anche al Sud, dove però si parte da un ritardo di 27 giorni, nel 2012, che scende a 25,5 nel 2014. Ben 13 giorni di differenza, tra un capo e l’altro della Penisola.
Allo stesso modo, le percentuali dei ritardatari variano da Nord a Sud: nel 2012, per esempio, il virtuoso Nord Est registrava solo il 5,9% di imprese in ritardo (in media due mesi) sul totale, mentre al Sud la percentuale saliva fino al 14%. Gli ultimi dati, riferiti all’anno scorso, indicano percentuali scese, rispettivamente, al 4,9% e al 10,8%.

Il numero dei fallimenti ha raggiunto il suo massimo nel 2014: 11.000 procedure, ma è anche l’effetto del lungo iter burocratico

Pagamenti a vuoto
Ci sono anche le imprese che, sulla carta, pagano. Al momento di riscuotere, però, il creditore si trova di fronte a un assegno non coperto e non ha altra scelta che protestare il titolo di credito.
Questa formula di pagamento “a vuoto” è stata usata spesso, in questi sette anni. Tuttavia, l’anno scorso si è assistito a un calo netto di protesti: è infatti diminuito fortemente il numero di imprese che hanno subito un protesto a un assegno o una cambiale; ovvero, sono state sempre meno le aziende che, a fronte di una liquidità inesistente in banca, hanno emesso questi strumenti di pagamento. Sono state protestate, nel 2014, ben 34.700 imprese non individuali: un dato rilevante sebbene in calo rispetto al 2013, quando furono 42.000 le insolventi. Era dal 2008 che, anno dopo anno, aumentavano le imprese protestate: da ultimo, il 2012 si è chiuso con un +9,6%. La ripresa è iniziata nel 2013, con un calo dell’1,8%, per arrivare l’anno scorso al -17,3%. Questo dato rappresenta una media tra i vari comparti che non segnano cifre omogenee: l’industria, per esempio, evidenzia un calo del 22,5%, con un livello inferiore ai tempi pre-crisi. Medesima performance per le costruzioni, con un -20,2%. Il comparto dei servizi, invece, rovina la media (-15,5%). Stiamo parlando, comunque, di valori che sono migliorati rispetto sensibilmente rispetto al 2007, e si tratta di un dato molto importante che sottolinea come sia tangibile la ripresa dei conti bancari delle imprese, nel 2014.

Le sofferenze bancarie
Da un’indagine condotta da ABI e Cerved sui dati della Banca d’Italia, relativamente ai prestiti richiesti dalle imprese nel settennio della crisi, è stato possibile monitorare e stimare quelli che sono, secondo il linguaggio tecnico, “i tassi di ingresso in sofferenza” delle imprese. Un’impresa che chiede un prestito solitamente ripaga, a distanza di tempo, il suo debito: tuttavia ci sono crediti bancari – nei confronti di imprese – per il cui recupero sono necessarie azioni giudiziarie o crediti che sono da considerarsi di incasso incerto o problematico, a causa di difficoltà gravi e non transitorie del cliente stesso. Questi, in gergo, vengono chiamati prestiti in sofferenza, ovvero “non performing loans”. È risultato, come immaginabile, che più l’impresa è piccola, maggiore è la rischiosità di sofferenza: le microimprese, ovvero quelle che secondo la definizione UE contano meno di 10 addetti e un giro d’affari inferiore a 2 milioni di euro, evidenziano tassi di ingresso in sofferenza doppi rispetto a quelli delle grandi società. Eppure c’è un’eccezione: nelle costruzioni si ha una tendenza opposta, con le grandi imprese maggiormente toccate. A fine 2014, lo stock di sofferenze lorde bancarie ha raggiunto la cifra record di 183,7 miliardi di euro, ovvero quasi il 10% del totale dei crediti verso la clientela: questo valore è elevatissimo, se si pensa che praticamente un credito su 10 andrebbe perso, per la Banca, o sia difficilmente recuperabile. In questi anni di crisi la cifra è quadruplicata: a fine 2008 era pari a 43 miliardi di euro.

Sette anni e un consuntivo
I dati del 2014 sono molto significativi nella misura in cui rappresentano l’inizio di quella ristrutturazione del sistema economico italiano che da tempo si attende. L’economia torna a girare, e in suo aiuto arriva anche un substrato imprenditoriale fortificato dalla crisi. Chi è sopravvissuto, è forte: sono usciti dal mercato molti operatori fragili che non avevano più possibilità economiche per far fronte ai pagamenti e assumevano posizioni sempre più irregolari. Contestualmente, è aumentata la cautela nella concessione del credito commerciale, si accettano sempre meno le cambiali e gli assegni proprio in virtù del fatto che potrebbero rappresentare la falla del sistema retributivo. I fornitori sono diventati meno “generosi”, più prudenti e concedono sempre meno credito, scottati dalle lungaggini tecnico burocratiche del loro eventuale recupero.
Qualcosa, questa crisi, ce l’ha insegnato: l’imprenditore ne farà tesoro, certamente. Sperando di dover utilizzare questi insegnamenti, nuovamente, più tardi possibile.

I dati utilizzati sono di fonte Payline, database di Cerved, sulle abitudini di pagamento di 2,5 milioni di imprese italiane.

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