È ora di crescere!

Luca Berardo, presidente Sercomated

Che il nostro Paese abbia un tessuto industriale e produttivo in genere fatto da piccole imprese è noto a tutti da sempre e il nanismo delle nostre imprese non dipende, contrariamente a quanto spesso si sente dire, dalla nostra specializzazione. In quasi tutti i settori, infatti, le aziende italiane hanno dimensioni inferiori a quelle dei loro diretti concorrenti stranieri: possiamo quindi affermare che, in Italia, vi sia una tendenza generalizzata a restare piccoli.

La fine delle economie di scala a causa della rivoluzione digitale, così come fu teorizzata da molti, oggi non è ancora avvenuta e dai primi Anni Duemila in poi si è aperta in tutto il mondo una delle stagioni più importanti per le operazioni di fusione e acquisizione. Si è visto poi come le aziende che si sono fuse con altre sono state quelle che, negli anni successivi, hanno realizzato grandi utili. Chiaramente, questo discorso risulta valido soprattutto nei settori tecnologici dove si è registrata la maggiore spinta all’aggregazione.

Pensando alla Silicon Valley di trent’anni fa, non possiamo non ricordare come fosse colma di start up, mentre oggi sia formata da pochi colossi che hanno assunto ormai dimensione planetaria, perché quella che stiamo vivendo è indiscutibilmente un’epoca di consolidamento nella quale la grande dimensione è diventata essenziale per riuscire a generare innovazione continua e per riuscire a restare a galla su mercati dinamici e complessi, oltre che per riuscire a negoziare la propria presenza su nuovi e aggressivi canali distributivi.

È fuor di dubbio che le imprese con le dimensioni maggiori siano le più capaci di offrire maggiori opportunità di impiego, oltre a retribuzioni in media più elevate rispetto a quelle di più piccole dimensioni. Si tratta quindi ora di capire se le nostre imprese siano destinate, per volontà o per altra ragione, a restare di piccole dimensioni e come il sistema politico, sociale e delle istituzioni finanziarie possano arrivare a contribuire a questo eventuale salto.

Per quanto riguarda le imprese di recentissima creazione, è possibile che i tanti incubatori nati sul nostro territorio negli ultimi anni arrivino a intercettare start up ad altissimo potenziale anche se il nodo più delicato per tutte le imprese, soprattutto per quelle di recentissima creazione, resta quello della ricerca dei capitali per finanziare la crescita.

Spesso i nostri imprenditori non hanno altra scelta che quella di andare oltre i confini nazionali per trovare intermediari finanziari capaci di sostenerli e di aiutarli a diventare più grandi, questo perché in Italia si continua a pensare che gli operatori del capitale di rischio siano un fenomeno legato solo alla finanza o in genere al mondo delle banche. In realtà l’ecosistema del venture capital è oggi formato da imprenditori esperti e capaci, che vanno a cercare nuove imprese alle quali apportare competenze prima che denaro.

Altro modo per trasformare il nostro sistema produttivo non può che essere l’agire sulle nostre eccellenze, trasformando le nostre medie imprese di successo, perché è nel gruppo di quelle oltre 4.000 società che devono nascere i grandi gruppi che competeranno sul mercato di domani. La crescita di un’impresa è un percorso complesso e accidentato, comporta la ricerca di una grandissima quantità di risorse non solo economiche, ma anche e soprattutto umane e manageriali fondamentali se si intende anche perseguire una diversificazione geografica.

Nella vita di un’impresa vi è sempre un momento nel quale si arriva alla scelta tra fare il salto per provare a diventare grandi o restare piccoli. Fare il salto potrebbe voler dire acquisire dei concorrenti e iniziare un processo di integrazione lungo la propria filiera. Agli occhi di un imprenditore, restare dimensionalmente più piccolo potrebbe sembrare sicuramente meno rischioso, ma alla fine non dimentichiamoci che significherà sempre e solo diventare prede o essere spinti, un po’ per volta, ai margini del mercato nel quale si opera.

In conclusione, sono convinto che non esista un unico metodo per perseguire la crescita e ragionare con i soliti campanilismi tipici di un certo approccio italico all’impresa non aiuta. Non sempre è fondamentale che la maggioranza di una società sia in mani italiane: ciò che conta è che il gruppo cresca, diventi forte e competitivo e continui ad arricchire il territorio nel quale opera.

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