Crisi d’impresa

Lo scorso ottobre è stata approvata la legge delega (n. 155/17) che impegna il Governo ad approvare la riforma integrale della Legge Fallimentare. Cosa cambierà per gli imprenditori?

Circa dieci anni fa ha avuto inizio la più disastrosa crisi economica della storia d’Europa, tutt’ora non risolta a dispetto delle discussioni trite e ritrite ogni volta sull’incremento o meno dell’1% della percentuale del Pil. Come ricordiamo, tutto è partito dagli Usa e dal fallimento della Lehman Brothers: Wall Street aveva raggiunto livelli di prezzi da fine del mondo. Eppure, oggi sembra non arrestarsi, in America, quello che appare come un vero e proprio nuovo boom economico, con ogni record di listino abbattuto e disoccupazione ai minimi. Esiste una spiegazione della differenza enorme che si riscontra nella reazione dell’economia di quel Paese e della nostra Italia? Forse ne esiste più di una, ma volendo cercare un punto di partenza per riflettere, credo che in molti pensino che, qui da noi, la difficoltà di ripresa economica dipenda dalla carenza di fiducia, e la carenza di fiducia dipenda, a sua volta, dalla ormai assoluta inaffidabilità delle regole, dall’assenza di responsabilità effettiva di chi commette reati, da un sistema giudiziario autoreferenziale ormai distante dalla realtà al pari della politica.

La promessa del cambiamento
Il Parlamento, di tanto in tanto, promulga con suono di tromba questa o quella riformetta, con la promessa che si tratti del cambiamento tanto atteso che finalmente sistemerà le cose, come se qualcuno si sia lamentato del fatto che qui da noi, forse, non ci sono già abbastanza leggi a regolare ogni respiro della nostra esistenza o attività di impresa che sia. Dico questo perché come giurista – e non dico come imprenditore che ogni mattino cerca di darsi una ragione per andare avanti in un mercato in cui è spesso proprio lo Stato a crearti i più insidiosi e odiosi ostacoli per lavorare – provo francamente disagio ad analizzare l’ennesimo tentativo di cambiare le cose partendo dalle regole anziché, come dovrebbe essere ormai troppo evidente, dall’effettiva applicazione delle regole.

“Chiunque viva nella realtà e non nel mondo lunare da cui ormai siamo amministrati sa che serve una nuova affermazione del principio di responsabilità”

Qual è il male minore?
È sotto gli occhi di tutti che un importantissimo distributore di materiali edili, nel nostro Paese, dopo aver fatto un buco di 100 milioni, è potuto tornare bellamente a lavorare con stessa insegna, in pratica con le stesse persone e (incredibile a dirsi) con gli stessi fornitori già rimasti impagati ma di nuovo pronti a fargli credito! Si dirà: ma cosa c’è di cui scandalizzarsi, in fondo si trattava di un concordato fatto per salvaguardare avviamento e posti di lavoro, esattamente come previsto dallo spirito dell’istituto previsto dalla legge. A scandalizzarsi sono le centinaia di concorrenti che sul medesimo territorio hanno dovuto chiudere, mentre qualcuno li mandava fuori mercato perché nel frattempo poteva non pagare i propri conti e perchè di costoro, e delle relative famiglie a carico, sembra proprio che nessuno, nelle alte sfere, intenda occuparsi, anzi tutto ciò avviene con il beneplacito della “giustizia” e dell’omologa della procedura. È come se il senso ormai dilagante e metastatico di sfiducia che ammorba ogni azione nel nostro sistema porti a pensare che il male minore, nell’ambito delle regole, sia proprio quello di prevenire possibili errori o abusi a carico di chi sia stato perseguito per una possibile ipotesi di reato, e quindi via ad approntare garanzie, distinguo, limiti, prescrizioni, addirittura cautele semantiche… Eh già, perché anche le parole hanno il loro peso e non sia mai che un imprenditore che magari ha saccheggiato l’azienda per poi avvalersi di una limitazione di responsabilità, che è notorio non trovi pressoché mai breccia da parte dell’autorità (tantomeno penale, l’unica che potrebbe costituire un’effettiva deterrenza agli abusi), si possa offendere sentendo utilizzare la parola “fallimento”.

La liquidazione giudiziale
Ed è qui che viene il punto, perché la prima cosa che salta all’occhio leggendo la nuova riforma e ogni relativo commento, è la priorità che è stata data dall’espungere dal testo della riforma fallimentare la parola “fallimento”, perché si parlerà d’ora innanzi di liquidazione giudiziale, per rispetto, appunto, dell’imprenditore onesto che è andato gambe all’aria non per sua colpa e che non merita quindi questa onta. Ma mi chiedo: era davvero quello il segnale di cui si sentiva il bisogno? È davvero quello il problema che assilla l’azienda, quello di rischiare di macchiarsi con una parola che ne mini la memoria? Chiunque viva nella realtà e non nel mondo lunare da cui ormai siamo amministrati sa che non è così e sa benissimo che, invece, ciò che serve è una nuova affermazione del principio di responsabilità. L’imprenditore vorrebbe poter credere di operare in un sistema dove il concorrente furbo viene perseguito e, se colpevole di un reato, incriminato, con conseguente espulsione dal mercato. Siamo appena passati da un assetto di regole, peraltro ancora in vigore, che ha dimostrato ancora una volta come le buone dichiarate intenzioni del Legislatore si infrangano sistematicamente alla prova degli effetti pratici, in un contesto di percepita impunità diffusa, territorio di facile conquista per i furbi, in cui è fatto notorio come per reati finanziari finisca a scontare la pena lo 0,04% delle persone attualmente in carcere. È con questa angolatura che, in tutta franchezza, cerco di inquadrare le linee guida della legge delega appena varata e non riesco a condividere le considerazioni entusiastiche o epocali che qualcuno ha scritto. A prescindere dalla rimozione della parola fallimento che già di per sé, come detto, suscita perplessità; si parla, tra l’altro, di una nuova figura di cui dovranno dotarsi anche le piccole imprese, una sorta di revisore dei conti che dovrà favorire l’emersione dei problemi di liquidità in via preventiva (?) di una soglia del 20% dei debiti per il concordato preventivo, di un rafforzamento dei poteri del curatore, di una procedura allargata per la liquidazione dei beni.

Il peso delle parole
Non ci si chiede nemmeno più, purtroppo, cosa mai debba accadere affinché le regole già in vigore non siano piegate a beneficio di chi ha utilizzato lo strumento del concordato come vero e proprio strumento di concorrenza sleale, a danno di quegli imprenditori onesti che guardano al sacrosanto, all’analogo Chapter 11 americano, e pensano che però laggiù, a differenza che da noi, nessuno osa prendere in giro la giustizia e che nel caso in cui taluno utilizzi sistemi di garanzia e di salvaguardia per imbrogliare, verrà valutato con la dovuta severità e con la necessaria immediatezza, non dopo anni, con il rischio concreto ed effettivo, di pagare i danni e di scontare una pena. Di questo non ha certo paura l’imprenditore onesto americano che oggi trova ancora il coraggio di investire nel proprio Paese, è questo che chiede con forza l’imprenditore onesto a carico di chi non patirà la “liquidazione giudiziale”, ma, se lo ha meritato, verrà giustamente ancora dichiarato “fallito”, perché giustamente le parole hanno un peso.

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